Nel film “L’uomo d’acciaio” – una specie di Superman apocrifo – a un certo punto il giovane Clark, alle scuole elementari, scopre i suoi poteri. I suoi sensi sono ipersensibili e, attivandoli tutti in una volta, innescano una crisi.
Improvvisamente, può vedere non solo l'aspetto delle persone, ma il loro interno, le ossa, gli organi. Riesce a sentire non solo i rumori forti, ma anche tutti i rumori, anche i più piccoli. Sopraffatto da tutte queste sensazioni, fugge e si nasconde.

L'intera classe si riunisce fuori dall'armadio in cui si è rinchiuso per convincerlo a uscire, ma, alla fine, in suo soccorso deve arrivare la mamma. All'inizio, non la lascerà entrare.
«Il mondo è troppo grande, mamma».
Ma poi, Martha Kent gli dà un consiglio che può avere senso solo perché proviene da una madre amorevole: 
«E allora rendilo piccolo!»

Fino a pochissimo tempo prima che, sposando Fedez, uscisse dal mondo di Instagram e se ne sentisse parlare anche al Giornale Radio, io non sapevo nulla di Chiara Ferragni e del fatto che esistessero gli – e le – influencer. Eppure non vivo isolata sopra una montagna!
Ho poi scoperto che “la Ferragni” ha più di 15 milioni di follower (e che un suo post è quotato cifre esorbitanti) e che sembra vivere la sua vita solo per loro. 15 milioni sembra un numero enorme, è poco meno degli abitanti dell’Olanda, il doppio della popolazione della Bulgaria, tre volte quella della Danimarca, ma è veramente piccolo rispetto a quello degli abitanti della Terra (7,53 miliardi nel 2017).

Il cristianesimo è rimasto la più grande religione del mondo negli ultimi 200 anni. Ma copre ancora solo un terzo della popolazione del nostro pianeta. Ciò significa che una delle persone, forse la più famosa della storia - Gesù Cristo -, è qualcuno di cui la maggior parte degli esseri umani non ha mai sentito parlare.

Potrà far sorridere ma, a pensarci bene, questa considerazione è molto rilassante e bisognerebbe ricordarsene più spesso. Soprattutto quando cadiamo vittime dell’illusione che tutti stiano guardando noi, che tutti stiano aspettando noi, che se non facciamo quella cosa adesso, il mondo non vada avanti e questo ci mette una grande agitazione. Sono momenti in cui il mondo con cui ci confrontiamo per noi, forse, “è troppo grande”.

Qualcuno recentemente mi raccontava una vecchia serie TV - “E alla fine arriva mamma”, una sitcom americana di una decina d’anni fa – e tra le altre cose che ricordava c’era una frase che uno dei protagonisti, il playboy del gruppo, diceva, a proposito di un altro dei protagonisti che era stato lasciato a un passo dall’altare dalla fidanzata e che, per questo, era sotto un treno, una frase che suonava più o meno così:
«Sai cosa deve fare Marshall? Deve smettere di essere triste. Quando io divento triste, decido di smettere di essere triste e tutto diventa meraviglioso».
Ma per la maggior parte di noi non sembra molto possibile passare da uno stato emotivo irrazionale all'altro, come fa Barney, semplicemente decidendolo. Di certo non lo era per Marshall. Sono andata a cercare la serie e ho trovato Marshall che, 67 giorni dopo la rottura, ancora si definiva “una misera e piagnucolosa pozzanghera di me stesso”.
Ogni giorno, infatti, accadeva qualcosa che innescava un nuovo incubo di cui la sua ex era il soggetto principale: «Dov'è Lily? Cosa sta facendo? E con chi? Perché quello? Perché ora? Perché là?» Naturalmente, nessuna delle sue domande ossessive riceveva alcuna risposta.
Alla fine, dopo oltre due mesi, i suoi coinquilini si svegliano con un odore di pancake freschi che si diffonde per la casa. Marshall sembra aver ricominciato a vivere.
Mi ha fatto tornare in mente il pensiero del mondo “troppo grande”. Forse, alla fine, Marshall aveva trovato il modo di renderlo piccolo come Martha Kent suggeriva al piccolo Clark.

Molte volte, forse, il nostro disagio potrebbe essere causato dal sentirci sommersi. Il mondo è troppo grande. Le cose da fare sono così tante che continuiamo a procrastinare rinviando decisioni di tutti i tipi fino a quando, spesso, facciamo qualcosa di stupido. Di conseguenza, perdiamo ancora più tempo e inneschiamo un circolo vizioso.
A me questo accade abbastanza spesso e penso dipenda da una sensazione – sgradevole e soverchiante - che provo. La sensazione che ci sia troppo di tutto. Troppi progetti da affrontare. Troppe mail alle quali rispondere. Troppe persone da incontrare. Troppi posti dove andare. Troppi spettacoli ai quali assistere. Troppi libri da leggere.
Tutti sappiamo bene che non potremo mai arrivare a tutto. Quindi c'è sempre qualcuno da deludere. E anche se questo qualcuno siamo solo noi stessi, non per questo fa meno male.

E se un modo per superare il disagio, talvolta anche per noi paralizzante, potesse essere fare quello che Martha dice a Clark:
«Concentrati solo sulla mia voce. Fai finta che sia un'isola, nell'oceano. Puoi vederla?»
«La vedo».
«Allora nuota verso di essa, tesoro».

Quando il mondo è troppo grande, forse, è utile dimenticarlo per un po'. E iniziare a nuotare.

Anche se a volte lo dimentichiamo – o non ci fa piacere ricordarlo – la nostra dimensione più confortevole è quella del villaggio, siamo creature tribali, non cittadini globali. Non importa quanto desideriamo esserlo. La presenza, anche solo nella nostra mente, di più che poche decine di persone intorno a noi - interdipendenti - , è sufficiente a causarci un’ansia seria. È un'enorme responsabilità da portare sulle spalle.
Quindi la cosa migliore, l'unica cosa, che possiamo fare è concentrarci solo su una cosa, quella che stiamo facendo, o scegliere una sola cosa e cominciare a farla.
Far finta che sia un'isola. Iniziare a nuotare. E’ il modo per non sentirci sopraffatti e tristi e tornare a essere felici.
Siamo tutti un po’ Clark Kent.

Internet ci ha reso tutti ipersensibili. Possiamo vedere non solo l'aspetto delle persone, ma il loro interno, i pensieri, le emozioni. Possiamo sentire non solo i rumori forti, ma ogni rumore, anche piccolo, anche molto lontano.
E questo, a volte, ci fa desiderare di scappare e nasconderci. Quando Marshall andava all’inseguimento di tutte le transazioni che la sua ex aveva compiuto con la carta di credito, il suo mondo era troppo grande. Troppe fantasie terribili. Troppe alternative da immaginare. Solo quando ha detto "stop", quando ha rifiutato di farsi coinvolgere dal rumore, ha potuto concentrarsi su ciò che era lì, davanti a lui: due amici affamati.

Se fossi davvero fortunata, quante persone leggerebbero quello che scrivo? Un migliaio? E anche se diventassero qualche milione? Certamente, la maggior parte del mondo non saprà mai chi sono. Siamo sempre piccoli.
Ricordare questa minima cosa è trovare la felicità. La vastità che c'è fuori ci fa sentire inadeguati? Non siamo inadeguati, siamo solo piccoli. Allora meglio concentrarsi solo su una voce. Un amico. Meglio scrivere una cosa. Immaginare un progetto. Preparare un workshop. E poi, quando serve, farlo di nuovo, 'una volta alla volta'.
Il mondo è sempre troppo grande. Anche per il migliore di noi. Allora ritagliamo il nostro spazio. Rendiamolo piccolo. Individuiamo la nostra isola. E poi nuotiamo verso di essa.

 

L'immagine è un'opera di Joaquín Sorolla, Isla del Cap Marti, Javea, del 1905

Se vuoi puoi ascoltare qui la meditazione 'del mandarino'.

 

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