A volte è il momento di prendere una pausa, di sospendere gli automatismi, di osservare ciò che sembra già deciso e chiedersi ancora una volta: sento che è quello che voglio? Serve davvero il mio ‘scopo’ (quello che gli anglosassoni chiamano purpose e che in italiano è intraducibile con lo stesso esatto significato, qualcosa che tiene insieme il ‘senso’ e lo scopo)?
Solo perché è tanto tempo che desidero che accada una cosa, quella è ancora la cosa giusta?

 

E se non accade, nonostante le mie e altrui buone intenzioni, non sarà che la vita mi stia invitando ad assumere un altro punto di vista, a prendere in considerazione un’alternativa? A rifletterci ancora su anche se questo cozza con un certo senso di urgenza rispetto alla scadenza che, più o meno inconsapevolmente, ci eravamo dati?

A volte è il momento di richiamare dentro di noi quella preziosa capacità che la filosofia – ma anche la tradizione cristiana – chiama ‘discernimento’ e osservare ancora una volta ciò che stiamo facendo, valutarlo alla luce di ciò che vogliamo essere e fare e magari rimetterlo in discussione, se sentiamo che è necessario, senza timore.

Ma questo è un caso stra-ordinario, che mi riguarda in prima persona in questo momento. Ero arrivata a Dicembre convinta che, con la fine dell’anno, una serie di cose avviate nel 2018, e qualcuna anche negli anni precedenti, arrivassero finalmente a compimento e che con il 2019 si potesse finalmente partire dalla ‘base’ che avevo immaginato. E invece? In pochi giorni la sosta dal ‘fare’ facilitata dalle Feste, mi ha dato un’occasione, inattesa e non desiderata, per una ulteriore pausa ‘riflessiva’, per rimettere in discussione quello che sembrava ormai scontato, punti fermi ai quali dare solo il necessario seguito ‘formale’, e verificarne ancora una volta la bontà.
Un’ultima verifica, prima di procedere, resa possibile dalle Feste, appunto, perché durante le Feste tutto si ferma e quello che all’inizio mi sembrava un fastidioso ritardo si è trasformato in un’opportunità cruciale in cui mettere in campo la magica combinazione dell’osservare, del ‘sentire’, dell’ascoltare, del domandare e del domandarsi.

L’esito? Tutto ciò che sembrava fisso, un approdo ormai certo, si è rimesso in movimento e……. niente sembra più come prima. Le decisioni già prese non così necessarie, le prassi avviate magari non le migliori, i pensieri consolidati sfidati dal dubbio.
Un disastro? L’impressione di aver perso tempo? Il disagio di una nuova incertezza? Un inevitabile senso di fallimento? La difficoltà di parlarne con gli altri? Di ammettere di aver cambiato idea, cosa sempre molto mal vista, di questi tempi?
Nulla di tutto questo. Piuttosto una leggera euforia, il ‘sentire’ che è ciò che ‘doveva’ accadere, diverso da ciò che avevo ‘voluto’ accadesse e la piacevole sensazione che si siano ‘riaperti i giochi’, la curiosità di vedere il nuovo che ne emergerà.

E, per tutto questo, è bastata la possibilità di prendere una pausa!
La possibilità di staccare il pilota automatico e di 'fare il punto nave', portando me stessa in una condizione di piena ‘presenza’, «open mind, open heart, open will» - mente aperta, cuore aperto, volontà aperta - come direbbe Otto Scharmer, lo studioso del MIT di Boston che ha elaborato la cosiddetta Theory U (Otto Scharmer, Teoria U. I fondamentali. Principi e applicazioni, Guerini, Milano, 2018). E, avendo il coraggio di ‘sospendere il giudizio’, osservare le situazioni con un sguardo nuovo e limpido, senza pre-concezioni, senza condizionamenti, neanche quelli delle ‘buone decisioni’ che avevo già preso.
Ripeto, si tratta di un caso personale e forse fuori dalla quotidianità abituale.

Spesso, però, nella nostra vita, una volta decisa la rotta, mettiamo il pilota automatico e, se non accade niente di veramente dirompente lungo il viaggio, procediamo senza ulteriore riflessione verso quella che pensiamo sia la nostra meta.
Molte ricerche mostrano che, in media, le persone sono in ‘modalità pilota automatico’ per circa il 47% del loro tempo (valore più, valore meno). Siamo più spesso ‘assenti’ , di quanto siamo consapevoli. La nostra mente è capace di controllare automaticamente se stiamo seguendo il piano definito. Ma questo non ci fa sentire felici o vivi. Anzi, quando la mente vaga, quando pensiamo a ciò che non sta accadendo, talvolta sperimentiamo pensieri infelici. Alcuni studi dell’università di Harvard hanno messo in evidenza che c’è una forte correlazione tra quanto spesso le nostre menti si allontanano dal presente e tendono ad andare altrove e quanto poco le attività in cui siamo impegnati ci rendono felici.

Andiamo avanti ‘facendo cose’, spesso con poca concentrazione o entusiasmo per quello che stiamo effettivamente facendo. Forse è questo il motivo per cui la maggior parte dei lavoratori nel mondo si dichiara poco coinvolta da quello che fa e/o perché il numero di persone in depressione cresce, nonostante un aumento della qualità della vita complessiva. Vivere in ‘modalità pilota automatico’ chiaramente non funziona.

Ma cosa possiamo fare per essere più ‘presenti’ o quanto meno per imparare come tornare ‘presenti’ quando ci accorgiamo di esserci allontanati da noi stessi, di non ‘sentire’ niente, di lasciar scorrere la nostra vita nel suo percorso già scritto senza darci l’opportunità di rimetterlo in discussione e magari si scoprire (come è accaduto a me) che quello che pensavamo andasse bene, in realtà, non è proprio la cosa migliore da farsi o quella che ci rende più felici.

Le antiche tradizioni – sia orientali che occidentali - per secoli ci hanno insegnato a praticare la consapevolezza e tanti studi recenti stanno dimostrando che essere più consapevoli, più ‘presenti’ porta a un aumento della felicità, della produttività, del coinvolgimento, a un miglioramento della qualità della vita, a una maggiore capacità di ‘mettere a fuoco’.

I saggi contemporanei ci propongono pratiche possibili, facili, accessibili, adatte a noi - umanità di corsa – per tornare a noi stessi quando sentiamo che ce ne siamo allontanati, per essere più presenti.
A proposito di questo, pensando alla ripresa del lavoro e con questo anche a piccole 'cattive abitudini' della vita quotidiana - divorare la colazione o magari non farla del tutto accontentandosi del caffè, o mangiare un pranzo veloce in piedi o addirittura durante lo spostamento da un luogo a un altro perché non c'è tempo e poi, forse, anche risolvere la cena con il take away - mi viene in mente un brano di un libro di Tich Nhat Hanh - un monaco buddista contemporaneo molto amato in tutto il mondo per la semplicità e l’immediatezza sua e delle sua pratiche – che mi ha affascinato sin dalla prima volta che l’ho incontrata nelle mie letture.
Tich Nhat Hanh, in ‘La pace ad ogni passo’ ci invita a tanti piccoli momenti di consapevolezza che possiamo vivere anche nella quotidianità, quando laviamo i piatti, per esempio, o mangiamo un mandarino.
Da questo è stata tratta una meditazione capace di riportarci al momento presente – al qui e ora - attraverso il semplice atto di mangiare mentalmente un mandarino.
Eccola:
1. Prenditi un momento di pausa, mettiti comodo, chiudi gli occhi e comincia a respirare, con il respiro naturale
2. Immagina di avere un mandarino sul palmo della tua mano aperta
3. Concentrati sul tuo respiro mentre guardi il mandarino nella tua mano
4. Sii totalmente presente, senti il peso del mandarino sulla tua mano
5. Osserva ogni suo dettaglio, come se fosse reale
6. Inizia a sbucciare lentamente il frutto
7. Presta attenzione al profumo di agrumi che si spande nell'aria
8. Continua a respirare consapevolmente, concentrato sul mandarino
9. Nota il suo odore, la consistenza e il colore
10. Ora aprilo e prendine lentamente uno spicchio
11. Mettilo in bocca
12. Assaporalo
13. Spremi delicatamente lo spicchio del mandarino nella tua bocca
14. Inizia a masticare lentamente
15. Assapora ogni pezzettino di mandarino prima di mandarlo giù
16. Ora prendi un altro spicchio e gustalo con la stessa attenzione e poi un altro e un altro ancora, non avere fretta, godi questo piccolo momento di felicità, questo dono meraviglioso che la Natura ti ha fatto.

Scrive Thich Nhat Hanh: «Mentre mi concentro sul mandarino, ne traggo una profonda comprensione. Posso vedere il sole e la pioggia che ci sono dentro. Posso vedere i fiori dell'albero da cui è nato. Posso vedere il piccolo germoglio che germoglia, e poi la crescita della frutta. Quindi inizio con attenzione a sbucciare il frutto. La sua presenza - il suo colore, la sua consistenza, il suo odore e il suo gusto - è un vero miracolo, e la felicità che mi viene dall’entrare profondamente in contatto con esso può diventare molto, molto grande.
Basta un solo mandarino per darti una grande felicità quando sei veramente lì, completamente vivo, pienamente presente, profondamente in contatto con uno dei miracoli della vita che ti circonda».

Vado a prendere il mio mandarino dal frigo.

 

L'immagine è  una foto di Charles Deluvio, da Unsplash.

Se vuoi puoi ascoltare qui la meditazione 'del mandarino'.

 

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