Nel mio viaggio in Olanda di alcune settimane fa per partecipare al ALIA Foundation Program, ho avuto anche modo di incontrare Daniel Ofman. Qualche settimana prima, in una conversazione estemporanea su Kabbalah, qualità umane e autenticità, Beppe Carrella, mio carissimo amico e mentore, mi aveva citato l’unico libro di Daniel tradotto in italiano dicendomi: «Questo libro presenta un modello semplice, profondo e molto interessante per parlarne. Che strano che non lo citi mai nessuno!».

Ovviamente ho comprato il libro e, sapendo di andare molto presto in Olanda, ho chiesto a Daniel un appuntamento per conoscerci. Ci siamo incontrati pochi giorni dopo nella sua casa-studio al centro di Den Haag dalla quale si gode di una spettacolare vista a 360° gradi sull'Olanda. Ho trovato una persona meravigliosa, ospitale e generosa del suo tempo e della sua attenzione e anche del suo modello, perfettamente coerente con il libro che avevo letto.

Il suo è un approccio completamente sistemico che, come lui stesso mi ha detto, «per essere imparato richiede due ore, per essere praticato, tutta la vita».

Daniel Ofman offre un modello semplice e convincente per comprendere quali siano le proprie “core qualities”, le nostre “qualità autentiche” individuandone diversi aspetti, cruciali per la nostra consapevolezza di noi. Questi possono, piuttosto banalmente, essere considerati punti di forza e di miglioramento sui quali lavorare (ed è già molto) o una sorta di guida per il proprio costante sviluppo personale – e professionale – ma anche, direi, spirituale, intendendo per spirituale quello che intendeva Pierre Hadot riferendosi agli esercizi spirituali nella filosofia antica, ovvero un’attività che coinvolge tutte le dimensioni umane (il corpo, la mente, il cuore, l’anima).

Che sia davvero un peccato non cogliere appieno il modello di Ofman per il suo valore di guida nella nostra crescita, lo fanno già intravedere quelli che lui considera i presupposti del modello.

Vorrei cominciare a parlarvi del suo lavoro proprio partendo da questi presupposti.

Ogni giorno, nella realtà del quotidiano, ci troviamo di fronte a tre diversi aspetti - tre dimensioni o aree di attenzione - che potremmo considerare, scrive Daniel, come fossero tre pianeti: il pianeta “cosa”, il pianeta “noi" e il pianeta “io”. Gli abitanti di ognuno di questi pianeti guardano il mondo da un particolare punto di vista.
Gli abitanti del pianeta “cosa” sono affascinati dalla verità oggettiva misurabile e verificabile e, potremmo dire, adottano l'approccio scientifico e quindi siamo sul pianeta della Scienza.

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Gli abitanti del paese del pianeta “noi”, invece portano la loro attenzione alle relazioni tra le persone e si preoccupano della loro correttezza ed equità. Potremmo dire che siamo sul pianeta della Moralità.

Gli abitanti del pianeta “io” sono concentrati principalmente su ciò che sentono, ciò che li tocca, su quello che percepiscono e sull'ispirazione che ne traggono, potremmo dire che il terzo sia il pianeta delle Arti.

Insomma ci ritroviamo a confrontarci con quelle dimensioni che gli antichi chiamavano “il bello, il buono, e il vero” e che Ken Wilber chiama “sfere di valori”.

Scrive Daniel «Non si può negare che la distinzione tra i tre mondi, “cosa”, “noi” e “io”, abbia giocato un ruolo fondamentale nelllo sviluppo della nostra società […]. Nessun problema fin qui. La capacità di differenziare è una caratteristica utile, ma per farla fruttare deve essere assimilata: è necessario imparare a guardare il mondo attraverso tre paia di occhi simultaneamente e, con la consapevolezza più completa che ne deriva, riconsiderare la situazione che ci interessa. Tuttavia non sembra sia questo che sta accadendo al momento attuale; differenziamo, poi separiamo per ritornare a fare ciò che abbiamo sempre fatto: pensare secondo un punto di vista unidimensionale invece che tridimensionale».

Ogni modo di guardare fornisce una prospettiva a sé stante ma, al contrario di ciò che si pensa - ovvero per che ciascun problema vada individuato lo sguardo più adatto in ragione della sua natura - tutti i problemi hanno necessità di essere affrontati usando tutte e tre le lenti. Siamo invece facilmente inclini a pensare che, se un problema è di una particolare natura, anche la strada per risolverlo va cercata nello stesso ambito.

La differenziazione tra i tre “mondi” porta a divisioni e frammentazione, come possiamo facilmente osservare nel mondo contemporaneo. E’ quindi indispensabile diventare “tri-lingui” per evitare di usare solo la lingua e lo stile di pensiero del mondo che conosciamo – o che ci è più congeniale – per risolvere problemi che nascono negli altri “mondi”.
Ma non esistono problemi “cosa”, problemi “noi” e problemi “io” ma solo situazioni in cui tutti e tre giocano un ruolo. Il nodo, quindi, sta nell’interesse ad apprendere e praticare anche lingue che non ci sono familiari.

«È precisamente la mancanza di interesse che può trasformare una prospettiva scientifica (stili di pensiero “cosa”) da una benedizione a una maledizione. Ogni volta che la prospettiva scientifica perde interesse nella soggettività e nell’individualità, ne conseguirà un restringimento della coscienza […] Un colpo di stato dello stile “cosa” trasforma il mondo in un deserto senza vita, afflitto dalla povertà, privo di ispirazione e dove la relazione non trova posto».

Ma non va meglio se assumiamo la sola prospettiva “io” e riteniamo che sia sufficiente che la nostra creatività continui a fluire per sentirci andare nella direzione giusta. Se siamo interessati solo alla nostra crescita personale e consideriamo il mondo fuori di noi come arido, freddo, e inumano, non poniamo attenzione all’oggettività, ai dati di realtà e alla dimensione collettiva. La mancanza di interesse per le questioni comuni, l’organizzazione del mondo e la realtà oggettive può trasformare anche la prospettiva individuale in una “maledizione” consegnandoci all’illusione che, eliminando tutte le strutture, trionfi finalmente la libertà individuale.

Se però pensiamo che lo sguardo “noi” sia prioritario, valorizzeremo la cultura, la cooperazione e le scelte basate sui valori condivisi, per questo focalizzaremo tutta la nostra attenzione sulle relazioni e sulle interazioni con gli altri mettendo al secondo posto l’individuo, spesso sacrificandolo a quello che riteniamo essere il bene comune, sostanziato nelle norme collettive. L’invito – o la prescrizione – è adattarsi per poter rimanere “dentro” e talvolta, come ci mostra la storia, anche la realtà oggettiva viene sacrificata per “proteggere” la comunità. Il pensiero “noi” diventa così una camicia di forza che mortifica l’individuo e la verità.

Se i mondo fossero rappresentati da tre cerchi parzialmente sovrapposti, «Solo quando i tre cerchi o punti focali sono sovrapposti si è in grado di vedere simultaneamente attraverso tutti e tre […], soltanto nel centro c’è profondità ed è l’unica posizione da cui si possa considerare la realtà».

L’esercizio che Daniel Ofman suggerisce per imparare a osservare attraverso le tre lenti contemporaneamente è nella raccolta delle informazioni cercandole nei diversi “mondi”. Allora:

  1. le informazioni relative al “cosa” si possono ottenere attraverso i dati e le misurazioni
  2. le informazioni relative al “noi” si possono ottenere ascoltando le storie degli altri
  3. le informazioni riguardo all’”io” le otteniamo aprendoci alle impressioni e alle sensazioni.

In altre parole dobbiamo essere sempre consapevoli di:

  1. di cosa si tratta (contenuto)
  2. cosa accade tra di noi (relazione)
  3. cosa accade dentro di noi (atteggiamento).

Le azioni conseguenti, così, avranno maggiore solidità, includeranno più elementi e dimostreranno una assunzione di responsabilità più completa.

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